La piramide immorale della gerarchia del debito.

Se pure oramai sfatato da molto tempo, il mito di una società occidentale padrona delle sorti del globo poiché votata a progresso inteso come miglioramento approssimato, esponenziale e continuo rimane una delle credenze più gettonate e diffuse. Tale sostrato è facilmente percepibile nel confronto con la diversità, visibile nei sostenitori della “clash of civilization” quanto nelle barricate continuamente sollevate verso “l’altro”, distinto dal “noi” attraverso piccole sfumature di significato, attraverso la virtuale apartheid tra occidente, società primitive o “tradizionali”, Terzo Mondo, Paesi in via di sviluppo e via dicendo.

Questo macigno di chiacchera, credenza e convinzione permette la costruzione comunitaria della tanto agognata identità, che si scontra in un rapporto inversamente proporzionale con la reale consapevolezza di un unico mondo, una natura, un popolo, un’umanità.

Le favole della buona notte che cullano noi piccoli cuccioli d’uomo ci dalla comprensione delle dinamiche che ci hanno condotto e che, ad oggi, ci costringono in una organizzazione sociale, economica e politica non solo insostenibile ma logicamente e produttivamente impropria, che affama, uccide e violenta anima e corpo che ci costituiscono. Nel notevole sforzo di “identificare” in un’unica parola o concetto il terribile demone che rende tutto ciò possibile, esamino e affermo il principio della gerarchia, nebbia che nasce dall’importanza attribuita alle differenze più che alle similitudini, aborto di creatività nata dai miasmi del calcolo e del numero, vento che fende il nostro criterio e che, all’infinito, separa invece di avvicinare.

Separazione, differenza, gerarchia dunque. Ciò detto, un passaggio risulta assente, ovvero l’elemento che ha permesso a così tante comunità sorte di avere questo medesimo punto comune. La tesi che voglio qui sostenere è che questo collante sia il debito, antico quanto l’uomo ma non destinato necessariamente a sopravvivergli.

Ciò che riporterò qui di seguito sono considerazioni tratte da attenti studi antropologici e filosofici, ma in tutta onestà nulla di tutto questo è strettamente necessario alla comprensione di quella che appare ai miei occhi una realtà di per sé evidente e dunque passibile di critica o di confutazione.

La pratica ed il concetto di debito possono essere fatti risalire agli albori stessi dell’uomo e della sua organizzazione in comunità: la più grande scoperta del genere umano può forse essere fatta risalire all’intuizione delle grandi e magnifiche possibilità che l’unirsi in gruppo offriva contro la grande esposizione disposta dalla solitudine. Risulta allora scontato sottolineare l’importanza che il debito riveste in una formazione di questo genere, per cui la reciproca cooperazione permette un lavoro efficace e completo come, negli stessi termini, lega ogni singolo componente del gruppo alla dipendenza del lavoro e degli sforzi altrui, creando una rete di doveri e di concessioni che continuamente vengono negoziati, elargiti e retribuiti. In una visione marxista di “homo economicus”, cornice dei più raffinati studi antropologici, questo concetto di dovere e debito reciproco si declina poi in una serie di legami ulteriori imprescindibili che creano reticolato sociale e lo stesso concetto di gerarchia: il debito va estinto in favore di Dio, della Dea, degli spiriti, degli avi che ti hanno generato e che rendono protezione e buona sorte; in favore dei genitori, del clan, della tribù e della comunità d’appartenenza, che ti sostengono e che hanno versato sangue e fatica per metterti al mondo.

Di qui in avanti il concetto del debito ha subìto modificazioni e sottili sotterfugi per continuare a perpetrarsi in ogni sostrato sociale, culturale ed economico: basti pensare al concetto di feudo e vassallaggio, di prestito, d’indulgenza, di grazia divina, di apprendistato, di servitù. 

Si potrebbe pensare che, eccetto casi isolati di servaggio, clientelismo, usura e sfruttamento, il debito sia ad oggi un terribile male in via di estinzione, limitato a determinate aree del pianeta e a precisi ceti sociali; al contrario, ha soltanto preso una forma più sottile e indistinta, che colpisce indiscriminatamente ognuno di noi. Il mondo attuale si basa sul sistema economico, che ha come centro la carta moneta ed il suo valore. La produzione di questa moneta è strettamente riservata alle banche, che la cedono sotto richiesta agli Stati, i quali, per acquisirla, devono contrarre un debito con la banca in questione.

Qual è la morale? Secondo questo ragionamento, c’è un unico modo per ristabilire trasparenza sulle carte in tavola, per eliminare divisioni istituzionalizzate e per permettere a tutti di sedere al tavolo dei vincitori dopo una guerra senza vinti, che sancisca la fine di astrazioni vacue, vuote, necessarie all’arricchimento di pochi sulle povere spalle dei molti; un nuovo tempo per ricostruire la società insieme. Se la logica è ammessa, la risposta a tutto questo è semplice.

Articolo scritto interamente da Emmanuele che ringrazio della collaborazione.

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