LA DECRESCITA NON CI VERRA’ MAI IMPOSTA DALL’ALTO

See on Scoop.itIO NON MI ARRENDO

Secondo Serge Latouche [1], “decrescita non è il termine simmetrico di crescita, ma uno slogan politico con implicazioni teoriche”, “è una parola d’ordine che significa abbandonare radicalmente l’obiettivo della crescita per la crescita, un obiettivo il cui motore non è altro che la ricerca del profitto da parte dei detentori del capitale e le cui conseguenze sono disastrose per l’ambiente”.

Secondo Maurizio Pallante, “la decrescita è invece la riduzione volontaria della produzione di alcuni tipi di merci che si ritengono inutili o dannose, come chi decide di dimagrire per stare meglio e riduce volontariamente l’assunzione di alcuni cibi che ritiene controproducenti o nocivi per la sua salute” [2], dove “tra decrescita e recessione c’è un rapporto analogo a quello che intercorre tra chi mangia meno di quanto desidera perché vuol dimagrire e chi è costretto a farlo perché non riesce a procurarsi il cibo” [3].

Tra le due definizioni, pur concettualmente simili, ritengo che vi sia comunque una differenza, data dal grado di intensità con cui si dovrebbe attuare la decrescita, con la posizione di Latouche che è più netta e marginale (si tratta di “abbandonare radicalmente l’obiettivo della crescita per la crescita”), mentre quella di Pallante sembra contemplare un qualche compromesso con il Sistema (“riduzione volontaria della produzione di alcuni tipi di merci”). La decrescita che ha in mente Pallante potrebbe forse andar bene per i paesi che già sono sviluppati, ovvero dove la sfera economica ha raggiunto l’apice del proprio vigore e la popolazione è stata completamente anestetizzata dall’economia, almeno in una prima fase.

La prima fase di transizione potrebbe avvenire d’accordo con il potere politico e le istituzioni internazionali, per cercare di prendere misure volte a ridurre l’impatto ambientale senza che si arrivi a sacrifici e privazioni troppo radicali e quindi difficilmente accettabili da parte della popolazione. La ricetta che ci fornisce Pallante è quella “dello sviluppo di innovazioni tecnologiche finalizzate a ridurre progressivamente il consumo di risorse, l’inquinamento ambientale e la produzione di rifiuti a parità di produzione; della diffusione di stili di vita fondati sulla ricerca del benessere e non del tanto avere” [4], nella sostanza si tratta di migliorare l’efficienza energetica, evitare gli sprechi, ridurre il numero di rifiuti, far durare più a lungo i beni che si producono (sia migliorandone la qualità, che sensibilizzando gli acquirenti a utilizzarli finché sono funzionali), preferire l’uso dei mezzi pubblici e della bicicletta all’auto privata e via dicendo.

Occorre però tenere a mente che si tratterebbe comunque di una breve fase di transizione, utile per rovesciare i valori delle masse. Perché tutte queste misure manterrebbero comunque lo status quo (ovvero quei valori economici responsabili della tragedia della modernità) in uno scenario che nella sostanza rimarrebbe inalterato – è quella green economy che i fautori del progresso tengono in serbo come ultima e disperata carta da giocare prima del definitivo collasso.

Personalmente credo che una decrescita pilotata dall’alto sia praticamente irrealizzabile in questo contesto perché tutto, dalle scelte politiche dei seppur democraticamente eletti governi (ma di fatto al servizio delle varie lobby economiche), passando alle ultime conquiste tecnologiche (negli USA la quota preponderante della ricerca scientifica avviene nei laboratori di aziende private ed è quindi funzionale alle trimestrali che determinano i bonus dei manager e i dividendi degli azionisti) e quindi alle scelte di vita dei singoli individui (comandate ad arte da pubblicità e media posseduti dagli stessi gruppi economici che controllano ricerca e politica), sembra essere programmato per perpetuare quei valori economici necessari ad autoalimentare la società in cui viviamo.

L’unica forma di decrescita possibile è quella individuale (o legata a una piccola comunità).

 
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